Massimiliano Salin: un grande sound engineer live & broadcast

Scuolasuono.it - Massimiliano Salin

 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, benvenuti su Scuolasuono.it e le interviste Scuolasuono Productive. Ben trovati qui con me, in compagnia di Massimiliano Salin. Ciao Massimiliano!

Massimiliano Salin: Ciao, ciao Francesco.

F.N.: Allora, in questa nuova intervista avremo l’opportunità di parlare con un tecnico che, forse, non si ricorda di me, ma forse anche sì.

M.S.: Sì, sì.

F.N.: Abbiamo avuto la fortuna di collaborare in alcune situazioni di calcio di Serie A, in cui lui era il fonico principale e io l’aiutante, ho tirato i cavi.

M.S.: Fa figo dire broadcast.

F.N.: Broadcast, sì.. Però, dire anche, in Italia, che uno ha lavorato per delle partite di Serie A non è male.

M.S.: Non lo è. È sempre pur lavoro, Francesco.

 

 

F.N.: Certo. Allora, Massimiliano, la tua figura professionale è quella di tecnico live, in questo caso broadcast, ma anche musicale. Vuoi raccontarci qual è stata la tua esperienza tecnica, come sei nato come tecnico, come sei cresciuto?

M.S.: Guarda, io ho avuto la fortuna di vivere in un paese che era molto attivo, sotto questo punto di vista. Io vengo da Martellago, che ha dato i natali a Giovanni Boscariol, che avete..

F.N.: Sì, l’abbiamo intervistato.

M.S.: L’avete intervistato per la vostra scuola e io andavo a vedere Giovanni che provava con i suoi gruppi. Lui mi ha dato la possibilità di toccare i primi mixer. La racconto sempre, questa storia, perché fa ridere. Aveva questo mixer e mi permetteva di dargli una mano, di collegare i cavi, attaccare.  Abbiamo distrutto varie casse.. Da là, sai, essendo da sempre appassionato di musica, ho cominciato ad appassionarmi a casse, amplificatori eccetera. Finito il militare, a 21 anni, con il mio ex socio Cristian Mobbo aprimmo una piccola società di noleggio, di service, che si chiamava Prosound Service. Esiste ancora, adesso, con un altro nome.

F.N.: Ho lavorato con Cristian e con Prosound, una volta.

M.S.: Sì. Abbiamo iniziato io e lui.

F.N.: Vedi? Sto ricomponendo i tasselli, mi si creano gli incastri: Giovanni, Cristian.. Ok, quindi hai avviato quest’attività di service.

M.S.: Abbiamo iniziato con una piccola società di noleggio, andando avanti per tre o quattro anni. Ricevevo molti complimenti, anche prima di iniziare con la società di noleggio: facevo il fonico per alcune band e i service locali che si avvicendavano all’amplificazione di queste band riconoscevano il fatto che riuscissi a ottenere un buon suono. Io non avevo esperienza, però cercavo di imitare i suoni dei dischi, li ascoltavo e loro dicevano che mi riusciva. Quindi, incuriosito – lo facevo per divertirmi- ma incuriosito da quello che mi dicevano tutti ho cercato di approfondire, ho aperto questa piccola società di noleggio. Poi, le nostre strade si sono divise perché lui aveva un’idea e io ne avevo un’altra ed ero allettato dal fatto di fare il fonico, mi è sempre piaciuto, quindi ho tentato la strada del free–lance.

F.N.: Più che avere una ditta di noleggio.

M.S.: Sai, avere una ditta, un service, un’azienda che fa noleggio, amplificazione, è gratificante, però è un altro mestiere, non è fare il fonico. A me interessava più fare il fonico che avere un’azienda che facesse noleggio di strutture, mi gratifica di più. Quindi decidemmo, con Cristian, di dividerci. Lui ha continuato per la sua strada,  tra l’altro ha continuato a lavorare per Prosound Service e tante volte è capitato che mi abbia chiamato in veste di fonico, e io ho iniziato la strada del free–lance.

In realtà, il primo anno ho lavorato per un’azienda di Verona che si chiamava Musica Pro e costruiva casse acustiche. Loro avevano bisogno di mostrare questi altoparlanti in giro per l’Italia e io facevo questa cosa,  poi ho capito definitivamente che la mia strada era quello di fare il tecnico free–lance, il fonico free–lance, insomma, chiamami come vuoi.

 

Massimiliano Salin

 

F.N.: Quindi tu, adesso, fai concerti, fai broadcast, cosa fai?

M.S.: Ho iniziato i primi anni con i concerti, erano altri anni e si lavorava tantissimo. Mi ricordo che il primo anno con Musical Box riuscivo a fare anche 250 giornate di lavoro all’anno.. È cominciato con un’attività prevalentemente live, però sai, quando lavori con una società di service ti può capitare di fare non solo concerti, ma anche altre tipologie di lavoro quali convention, teatro, musical, convegni, feste politiche: ne abbiamo fatte di ogni.

Devo dire che a me interessa sì molto fare il fonico per la musica, poi ne parleremo, e penso che ci sia anche riuscito in questi anni, però a me interessa proprio l’audio in genere. Trovo anche molta soddisfazione a fare dei lavori complicati, con microfoni particolari, amplificazioni strane, quindi sì..

F.N.: Facci qualche esempio.

M.S.: Mi è capitato, in carriera, di fare delle convention molto particolari con amplificazioni in posti allucinanti, quali hangar, capannoni di plastica piuttosto che palasport con 10–15 microfoni Lavallier.

F.N.: I Lavallier sono quelli che si mettono a cravatta, giusto?

M.S.: Cravatta, sono i classici microfoni che si vedono in uno show televisivo. E sono notoriamente ostici all’amplificazione, non sarebbero fatti per quel tipo di utilizzo. Però capita di doverli mettere, di usarli. Perché? Per richiesta, perché una volta gli archetti non erano i DPA che conosciamo oggi, e quindi bisognava usare..

F.N.: Erano più da elicotteristi, insomma..

M.S.: Anche esteticamente non erano graditi ai manager delle società, quindi mettevamo microfoni da giacca, però con problemi inenarrabili sull’amplificazione che bisognava risolvere.  Ho avuto la fortuna di lavorare con delle società grosse, nel mondo live una di queste è conosciuta, però nel mondo delle convention è conosciuta come “Belli e pettinati”, capitanata da Ulivo Bellini, Mauro Raffellini e, per anni, insieme a Musical Box abbiamo fatto allestimenti allucinanti, di varie tipologie, in luoghi anche impensabili. E non c’erano i Line Array che ti aiutavano nel risolvere problemi.

F.N.: Per chi non lo conosce, i Line Array cosa sono?

M.S.: Mah, è questa nuova tipologia, nuova tra virgolette ormai..

F.N.: Quindici anni?

M.S.: Guarda, sono sicuro che tutti i fonici che ci stanno seguendo conoscono i Line Array , questa tipologia di speaker che non è più uno speaker di tipologia point source, e quindi con una una tromba.. Prima esistevano degli speaker classificati come point source, con una tromba che non era molto bella per la fase, larga 35, 40, 60 gradi per 40 gradi  per 40 gradi di apertura sulla verticale, e quando venivano sommate insieme, per creare un grossissimo array di amplificazione non si sommavano coerentemente. Il risultato era sempre un po’ casuale, a random. Questa nuova tecnologia permette di far sì che gli altoparlanti interferiscano il meno possibile tra di loro e riescano a sommarsi coerentemente il più possibile. Adesso non voglio entrare in tecnicismi, però..

F.N.: No, no:  per capirci le classiche banane, le bananone che si vedono nei concerti.

M.S.: Le famose banane.  Il controllo della polaride, per esempio sulle basse frequenze, quindi non suonano dietro e permettono di avere maggior head–room e meno problemi di feedback e interferenze, quindi molto più semplice.

 

Massimiliano Salin BH Audio - M. Riccardo Muti - d&b audiotechnik Array Processing

 

F.N.: Gestire anche le situazioni critiche: quindici microfoni Lavallier nel palazzotto..

M.S.: Lavallier oppure la musica:  microfoni a condensatore e quindi.. Io lavoro molto nella classica, una volta era complicatissimo amplificare. Per i concerti di musica classica, ora, è sempre difficile ma più semplice.

F.N.: Qual è il tipo di lavoro che ti piace di più?

M.S.: Mixare un buon concerto rock o pop è sempre soddisfacente, ma ti posso garantire che, quando riesci ad aprire un centinaio di microfoni e un condensatore davanti a un impianto ben tarato, ben progettato, dà soddisfazione. Il lavoro che mi piace di più è il lavoro fatto bene, dove tutte le componenti sono equilibrate, dalla produzione all’ultimo dei ragazzi che aiutano con lo scarico. Dove la produzione è studiata bene. Mi piace lavorare bene.

F.N.: E quand’è, invece..

M.S.: Pretendo, e gradisco, che le persone che lavorano con me, intorno a me, siano a un buon livello e sia tutto organizzato bene, anche le cose piccole. Faccio un esempio. L’altro giorno ho lavorato con un piccolissimo service, un nuovo service della zona di Padova. Un ragazzo seguiva i concerti, come facevo io, del resto. Questo ragazzo mi seguiva nei concerti quand’era giovane e aveva aperto una piccola struttura, ma bellissima, con tutti i cavettini, il cablaggio, le casse pulite e messe in ordine. A me piace lavorare in queste realtà, non necessariamente grandi, ma dove tutto è..

F.N.: Professionale.

M.S.: Fatto come dovrebbe essere.

F.N.: Certo. Quand’è che si lavora male, invece? In live?

M.S.: Si lavora male quando i lavori sono lasciati al caso, sono approssimati.

F.N.: Vuoi farci qualche esempio, generico, di situazioni?

M.S.: Mah, non vorrei scatenare.. No, scherzo.

F.N.: No, senza fare nomi e cognomi. Ne avrai viste di cotte e di crude.

M.S.: Si inizia a lavorare male già quando non si rispettano gli orari, che vuol dire, per me, non rispettare le persone. Per dire, mi basta veramente poco. Se c’è un orario è quello. Se c’è un time schedule.. Io ho lavorato, e lavoro tuttora, molto all’estero. Non per fare l’esterofilo, ma ho avuto la fortuna di lavorare con colleghi da tutto il mondo, specialmente negli ultimi anni, e noi non temiamo nessuno in quanto a professionalità, ma sull’organizzazione dovremmo fare dei passi in avanti, anche se quando è fatta bene siamo veramente imbattibili.

Si lavora male quando non è organizzato in tutta una serie di aspetti, dai trasporti agli orari al materiale audio: tutti gli aspetti. Quando non si è organizzati, non si è affrontato con la giusta preparazione il lavoro che si va a fare, sia esso un piccolo concerto con quattro casse e due microfoni, fino all’evento con molti camion.

 

Massimiliano Salin

 

F.N.: Senti, Massimiliano, come si diventa fonici? Cioè, oggi come oggi, un ragazzo che vuole partire cosa deve fare?

M.S.: Guarda, me la fanno sempre in tanti questa domanda, perché mi capita di incontrare persone, ragazzi, che mi vengono a trovare.. Come facevo io, del resto, come abbiamo fatto probabilmente tutti. Una volta scuole non ce n’erano, adesso c’è qualcosa, ma è legato tutto molto all’iniziativa privata. Ci sono pochissime cose legate allo Stato per il nostro mestiere. C’è qualcosa nella facoltà di Ingegneria Acustica, forse a Ferrara, o da quelle parti. A differenza, invece, della Germania, dove ci sono scuole e corsi di tre anni e i ragazzi vengono mandati a fare degli stage.

F.N.: Sì, sì, dura tre anni, più un anno.

M.S.: Ho appena avuto a che fare con un’azienda tedesca, un service tedesco e ho lavorato coi ragazzi che arrivavano dallo stage, preparatissimi. Loro hanno fatto un percorso di studi di tre anni, poi vengono mandati  l’ultimo anno a fare pratica in varie aziende. Queste aziende li possono assumere, con delle forme, penso, di risparmio sulle tasse. Gente preparatissima. In Italia è legato molto all’iniziativa personale, quindi, una cosa che io posso consigliare è di studiare, adesso abbiamo internet, quindi studiare, leggere manuali.. Una volta era più semplice.

F.N.: Iscriversi alla nostra scuola, per esempio.

M.S.: I primi manuali di sound system engineering che ho ordinato, in qualche libreria, ci hanno messo un mese ad arrivare. Adesso con internet è tutto veloce, facile, grazie anche ai corsi come questo che fai tu, Francesco. Per le persone è facile studiare, informarsi, leggere, partecipare a qualche corso. Io stesso, per anni, ho insegnato a Verona. So che ho tantissimi colleghi, live sound.. I corsi live che facevano a Modena per anni, so che ci sono colleghi, come Monforte e Rossellini  che fanno dei corsi di mixer a Bologna. Ho fatto, per anni, alla Phono Prints.  Ce ne sono, però cose legate al privato.

F.N.: Ecco, e una volta che uno si è formato a livello teorico?

M.S.: Consiglio di informarsi e di cercare di lavorare il più possibile, magari iniziando da piccole strutture. Non perché non si possa andare a lavorare nelle grosse strutture, ma nelle piccole strutture è più facile iniziare e approcciare tutto, a 360 gradi con la piccola produzione. Voglio dire, se sei in due devi montarti il piccolo service con quattro casse e venti microfoni, cablarti gli effetti in monitor, eccetera, tirare l’impianto: così è più facile far pratica e approcciare tutti i vari aspetti del lavoro, anche se in piccolo.

Se inizi a lavorare con una grossa struttura penso sia più complicato, perché, magari, ti mettono a spostare le casse, a dare una mano a quello che monta il PA e farai solo quello. Con un piccolo service è più semplice avere a che fare con tutti gli aspetti. E, magari, uno può anche permettersi di sbagliare nella piccola festa di piazza del suo paese..

F.N.: Si cresce attraverso gli errori.

M.S.: Cassa e rullante non sono bilanciati come in una produzione grossa, se la cassa non ha il giusto angolo magari sbatte un po’ contro il muro, ma non succede niente. Magari, però, facendo questi esperimenti uno ha la possibilità di capire, di fare delle prove, di formarsi in maniera auto–didatta. Comunque, è una grande scuola.

F.N.: Quindi, la pratica è fondamentale.

M.S.: È fondamentale perché, purtroppo, non abbiamo dei percorsi di studi ad hoc. Quindi se uno vuole iniziare come deve fare?

F.N.: Meglio dalle piccole strutture..

M.S.: Perché hai la possibilità anche di montare otto fari, cablare la corrente.. Per le normative attuali ci dovrebbe essere un elettricista, ma, parliamoci chiaro, molte volte non c’è e la devi collegare tu la corrente. Uno va a studiarsi la legge di Ohm, va a vedere come è fatta la triphaser. Mi ricordo il discorso che facevo a Verona, la prima lezione per aspiranti tecnici del suono e fonici era sulla legge di Ohm, che poco ha a che fare con i microfoni. Però, sai, se uno cabla bene il suo impianto suona anche più forte. Se uno cabla male, suona piano. Purtroppo, in Italia è da auto–didatti.

F.N.: Da auto–didatti, però c’è anche da dire..

M.S.: Un po’ per iniziativa personale. Ci sono dei corsi che i privati tengono e uno li va a fare, magari tra quello e le lezioni da auto–didatta e la pratica sul campo, uno può tentare di fare di questo una professione.

F.N.: Che cosa ti aspetti, o che cosa pretendi da una persona nuova, che arriva in service, che deve imparare, che sta iniziando?

M.S.: L’umiltà. Probabilmente ero poco umile anch’io, nessuno nasce imparato e anche se uno è bravo, deve, comunque, rapportarsi con chi ha davanti e capire, davanti a una persona che da molti anni fa questo mestiere, e magari ha anche meno nozioni tecniche del giovane che è più preparato e ha più voglia di studiare,  che però dalla sua ha l’esperienza. Quindi, l’umiltà nel confronto. Guarda, a me non ha mai dato fastidio se un nuovo tecnico non conosce le macchine, siamo qua per imparare tutti. Però la presunzione, la strafottenza, sì, mi danno molto fastidio. Quindi, a quel punto, se uno è strafottente, viene lasciato da parte. Se uno non sa una cosa, ma ha buona volontà ed è corretto, non c’è nessun tipo di problema.

F.N.: Posto che, nelle situazioni professionali, i margini di errori si riducono, giusto?

M.S.: Purtroppo sì,  per fortuna anche, è così. Per quello dico le piccole strutture e i piccoli concerti. Perché se c’è un errore grosso danno non si crea. Grosso, in un grosso evento o concerto il margine di errore diminuisce. Quindi, uno può anche farlo l’errore, poi ne paga le conseguenze, non necessariamente legato all’aspetto economico. Il nostro mondo è prevalentemente di free–lance, quindi se sbagli non vieni più richiamato.

F.N.: La voce gira.

M.S.: Ah, sì. E poi nessuno si ricorda se sposti la montagna, ma si ricordano della polvere che hai lasciato.

F.N.: Un po’ come il discorso del concerto di Campovolo.

M.S.: Non c’ero, quindi non vorrei entrare nel merito.

F.N.: Però rimane impresso, no? Quello che rimane impresso è l’errore.

M.S.: Sì, poi, voglio dire, sono sicuro che i professionisti che erano là han fatto di tutto per fare del loro meglio. Molte volte non è sempre possibile.

F.N.: No, non ti chiedevo di entrare in merito, la mia considerazione era semplicemente sul fatto che rimane impresso l’errore.

M.S.: Purtroppo si ricorderà che il primo Campovolo ci furono delle polemiche. Lavorando in questo settore non mi sento di dire che ha sbagliato, non c’ero, quindi non posso permettermi di dire e giudicare. Molte volte certe scelte non sono necessariamente scelte di un tecnico, piuttosto della produzione. Quindi, molte volte, gli errori sono anche condivisi.

F.N.: Ci sono degli errori che hai commesso tu?

M.S.: Eh, tutti i giorni!

F.N.: Ce n’è qualcuno che vuoi condividere con noi, qualche aneddoto, in modo da metterci in guardia da qualche situazione che ti è capitata?

M.S.: Quando lavori, nessuno è perfetto. Ti dico questo dell’altro giorno, avevamo un gazebo, coi mixer digitali, adesso..  Guarda, ho appena fatto una mail per la richiesta di un gazebo del concerto di Bibione che avrò sabato con Carbone, dovrò usare un mixer che conosco, nuovo per me e quindi avrò bisogno di avere la visibilità maggiore sullo schermo. Quindi sto chiedendo un gazebo proprio perché l’altro giorno non avevo un gazebo e ho tenuto un minuto la chitarra sulla partenza di un pezzo. Era all’interno del mix e mi ricordo che son partito con la chitarra, era spenta. Ho fatto fade in e…

F.N.: Quindi, giù il fader al volo e poi su.

M.S.: Con il sole a sud, il loop e le lucine  a volte non si vede bene.. Ne potrei raccontare mille, ma sono sempre, per fortuna, errori riparabili. Fortunatamente, se dopo 22 anni sono ancora qua a fare questo mestiere, spero di averne combinati pochi di danni.

F.N.: In percentuale pochi, dai.

M.S.: Qualcuno mi chiama ancora, sono fortunato. Vuol dire che ho fatto pochi danni.

 

Massimiliano Salin

 

F.N.: Senti, tu immagino che conoscerai Roberto Rossini.

M.S.: Eh sì, l’ho conosciuto su Facebook, non so se l’ho mai incontrato.

F.N.: Ah ecco, vedi, questi personaggi.. Mi piace condividere con te, di solito con i fonici da live condivido questa cosa, perché lui è un fonico vecchia scuola.

M.S.: Che vuol dire vecchia scuola, scusa, non so..

F.N.: Vecchia scuola, adesso te lo dico, che mixa con i fader  tutti a zero.

M.S.: Ah!

F.N.: Mixa coi gain. Però suona, cacchio. Se suona…!

M.S.: Guarda, ne ho viste di tutti i colori.. Non interessa il fatto che i fader siano a zero. Anch’io, bene o male, i miei fader… I fader sono fatti per essere mossi, quindi, voglio dire, rispetto a Roberto, che sicuramente avrà il suo modo, io.. Alla fine, intanto, non sono nessun per giudicare. Quando vado a vedere un concerto giudico quello che sento.

F.N.: Certo, infatti. Se suona bene, suona.

M.S.: Insomma, se faccio switch off parte tecnica..  Faccio un esempio. Andai anni fa a un concerto di David Gilmour, io ero là solo per sentire il concerto, non me ne fregava niente di casse, microfoni, speaker. Tant’è che venne Sound&Light, mi videro, e: “Max, dai magari poi facci un profiletto…”.

Guarda, se vuoi parliamo di musica, gli dissi. Infatti, se tu vai a vedere c’è un mio trafiletto sulla parte musicale, dove, essendo io grande fan dei Pink Floyd, feci un articolo sulla parte prettamente musicale dei pezzi. Molte volte vado a sentire anche i colleghi che lavorano, cerco di capire le loro scelte, il loro lavoro, cerco di capire il posto, dove siamo, perché sento così, perché chi sta dietro il mixer sa benissimo che molte volte ci sono dei compromessi. Il live è il miglior compromesso possibile, non è in assoluto la scelta migliore: è il miglior compromesso che tu riesci ad avere. Se Roberto mixa con i fader a zero e si sente da Dio è un bravissimo fonico. Se mixa con i fader a zero e si sente male non è un buon fonico.

F.N.: No, no, garantisco che si sente alla grande.

M.S.: Non ho mai avuto il piacere, sai, tra fonici è difficile che..

F.N.: È difficile, sì, perché quando uno lavora in una data, l’altro è da un’altra parte.

M.S.: Ne abbiamo parlato qualche volta su Facebook, ho visto il suo curriculum, ha una grande storia, quindi non mi serve andarlo a sentire per capire che, comunque, è stato un bravo professionista, se ha lavorato con tutti quegli artisti.

F.N.: C’è un personaggio che è stato un po’ il tuo mentore, la tua guida iniziale, colui che ti ha introdotto, al di là di Giovanni?

M.S.: Con Giovanni è nato tutto perché eravamo vicini di casa. Il mio mentore, tutti dicono, è stato Alberto Butturini perché è stato il primo professionista con cui ho avuto il piacere e l’onore di poter lavorare. Gli ho fatto da assistente parecchie volte. Essendo lui di Verona, abbiamo avuto varie occasioni. Alberto non fa solo i grossissimi tour. Tutti conosco Butturini come fonico, probabilmente uno dei più bravi, dei più conosciuti e famosi, perché ormai ha un curriculum trentennale.

Alberto, tra un tour e l’altro, faceva anche dei lavori normali, ha fatto anche dei lavori piccoli. Ho avuto la fortuna di mixare a fianco a lui, situazioni grosse dove lui aveva un mixer e io ne avevo un altro. Questo succedeva più di dieci anni fa e confrontarti con quello che io consideravo, e non solo, il numero uno in Italia, non può far altro che piacere. Poi, facendogli da assistente per parecchie volte, sai, ho tentato di rubare un po’ il mestiere..

F.N.: Prendere in prestito, dai..

M.S.: Guarda, ti racconto questo aneddoto. Il primo concerto che feci per Musical Box, nella mia vita, fu a Bussolengo, sotto casa sua, e lui era a casa. Quindi..

F.N.: È stato un bene o è stato un male?

M.S.: Tra l’altro, era per una band di suoi amici. Ero sotto la lente d’ingrandimento, perché c’erano tutti. Addirittura arrivò, non so se fosse la nonna o la zia: “ Perché mio nipote fa il tuo mestiere, è considerato, quindi, stai attento col volume.” Sì, sì, guarda..  Poi  sono seguiti molti lavori, Alberto ha la fortuna, anche, di condividere l’esperienza della Cooperativa TECHNE, da moltissimi anni collaboriamo alla gestione.

F.N.: Ah allora forse ci siamo visti anche in Techne. Io sono stato socio, per un po’ di tempo.

M.S.: Io e Alberto, insieme a Luca e Guidolin, poi Righi che è il più quotato in Italia, Giulio Netti che è tecnico storico di Musical Box e Barbara Franco, collaboriamo alla gestione della cooperativa da molti anni, quindi abbiamo occasione non solo di incontrarci per questioni professionali legate all’audio, ma anche sotto altri punti di vista. Vorrei dire che, oltre a essere stato un mio mentore, è anche un caro amico, una persona su cui puoi fare affidamento anche per altre cose, non solo per l’audio.

F.N.: Senti, ma in Italia come siamo messi, dal punto di vista professionale? So che stavi lavorando a un albo dei tecnici, mi pare, un po’ di anni fa, no? Qualcosa del genere, un codice deontologico dei tecnici..

M.S.: No, adesso con la cooperativa, dopo purtroppo, i tragici eventi dell’anno scorso, è partito un dibattito e..

F.N.: Aspetta, fai riferimento a cosa, esattamente?

M.S.:  Alla questione sicurezza attraverso la cooperativa, quindi non solo io, ma anche Alberto e Luca stiamo seguendo una discussione, un gruppo tra tutte le cooperative di Italia,  i maggiori rappresentanti di questo settore. La discussione riguardante la sicurezza, la definizione della costruzione, ma anche, non dico di un albo professionale,  una discussione generale sul nostro lavoro. Probabilmente porterà a definire mansioni, ruoli:  è necessario.

F.N.: Facevi riferimento ai tragici eventi dell’anno scorso: stiamo parlando di Jovanotti?

M.S.: Agli eventi tragici, sì, la morte di Francesco e di Matteo Merlini.

F.N.: Non era per nominare l’artista ma ricordare la morte di tecnici.

M.S.: Sì, Matteo, a Reggio Calabria, ha montato le strutture. Poteva essere anche una convention.

F.N.: Certo, certo, per carità.

M.S.: Sfortunatamente è capitato durante il concerto di due dei maggiori artisti italiani del momento. I giornalisti hanno sfruttato ad hoc questi eventi, secondo me sbagliando.

F.N.: Infatti.

M.S.: A me interessa solo che sono morte due persone. Quindi, il resto non mi interessa. Stiamo discutendo su come migliorare il nostro settore perché è impensabile.. Se poi vogliamo fare delle statistiche e capire che, negli ultimi vent’anni, adesso non ho la statistica esatta, però son morte tre o quattro persone, abbiamo avuto pochissimi incidenti e rispetto a tantissimi cantieri edili non possiamo lamentarci. È ovvio che quando succede da noi un evento tragico com’è capitato con la Pausini e Lorenzo fa molto rumore mediatico. Quindi, stiamo discutendo su come migliorare, lo faccio a livello di cooperativa.

F.N.: Allora, io direi che concludiamo qui la prima parte della nostra intervista e ci concentriamo, adesso, in compagnia dei soli allievi di Recording Turbo System su alcuni argomenti. Ti farò alcune domande  più tecniche. E poi parliamo anche del discorso rapporto con la produzione, che comunque è un tema che mi piacerebbe toccare. Un saluto a tutti, ciao Massimiliano.

M.S.: Ciao Francesco.

F.N.: Ciao a tutti, ci vediamo in Recording Turbo System.

M.S.: Ciao a tutti, sì. Francesco fa le interviste al mattino presto, ragazzi, è matto!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scuolasuono - © Copyright - tutti i diritti riservati
FRANCESCO NANO s.p - Opatje Selo 21 5291 Miren SL
Reg: 6861270 - Cod. fiscale: 80184944