Lorenzo Cazzaniga: gli italiani lo fanno meglio (il tecnico del suono)

 

Francesco Nano: Ciao a tutti e buongiorno da Francesco Nano. Ben trovati con una nuova chiacchierata, in una nuova intervista di Scuolasuono Productive, la rassegna di oltre 50 interviste di Scuolasuono.it che stiamo facendo a produttori, sound engineer e un sacco di addetti al settore musicale.
Che dire? Come al solito, io sono emozionato quando presento i miei ospiti. In questo caso, vi presento un tecnico del suono che ha un curriculum senz’altro interessante. La mia emozione nasce dal fatto che molti dei dischi che ha prodotto, o comunque nei quali ha lavorato, sono dei dischi che conosco, per cui è sempre un piacere avere la possibilità di parlare con queste persone. In questo caso stiamo parlando con Lorenzo Cazzaniga, ciao Lorenzo.

Lorenzo Cazzaniga:  Ciao a tutti, ciao Francesco.

F.N.: Che bello studio che hai, alle tue spalle. Dove ti collochi?

L.C.: Oggi sono ad Alari Park, che è questo studio a Cernusco sul Naviglio, vicino alle porte di Milano, che è un po’ il mio punto di riferimento in questi ultimi anni, dove ho, come si dice, appeso fuori la targhetta. Nel senso che sia tecnicamente, sia logisticamente è uno de posti migliori che ho incontrato nel percorso, al quale mi appoggio sistematicamente.

F.N.: Ho capito. Hai un bel banco la dietro.

L.C.: Sì, è una consolle NEVE  VR Legend, che è stata di proprietà di David Gilmour dei Pink Floyd e che adesso si è trasferita qui da noi, 72 input, e che è un po’ il mio compagno di avventure di questi ultimi anni.

F.N.: Dev’essere bellissimo lavorare su una macchina del genere, non ho mai avuto il piacere. Specialmente per l’energia che conserva, dopo che è passato dalle mani di Gilmore!

L.C.: Assolutamente, questo è un fatto poetico, ma poi anche un fatto tecnico. Siamo in una fase di riduzione dei budget, riduzione degli spazi, riduzione dei costi nei confronti dell’industria discografica e quindi insistere a lavorare con una certa metodologia, con una certa scelta, anche tecnologica a volte è impopolare, perché chiaramente presuppone costi di lavorazione e tutta una serie di difficoltà.
Però, ha ancora, secondo me, un fascino e una facilità ergonomica di lavoro e un risultato che difficilmente è raggiungibile in altre maniere.

Chiaramente non è solo la consolle in sé, ma è la locazione: la consolle ti vincola, davvero, a un’acustica di un certo tipo e quindi tutta una serie di cose collegate tra di loro che fanno dello studio un posto che non ha eguali. Oggi ci troviamo in un momento nel quale la facilità tecnologica, l’abbattimento dei costi ci porta in una direzione completamente diversa. La mia è proprio una scelta personale, per proseguire su una strada che ho intrapreso tantissimi anni fa e che ancora vedo essere a certi livelli, e continua a essere un modus operandi che dà un certo tipo di risultati.

 

Scuolasuono.it - Lorenzo Cazzaniga

 

F.N.: Chiaro. Allora, prima di addentrarci nelle varie questioni tecniche, ti farò qualche domanda, vedremo se sarai all’altezza del mio interrogatorio.. Ascolta, io so di un tuo trascorso molto particolare, vuoi raccontarci, almeno per sommi capi, qual è stata la tua storia professionale, come sei arrivato davanti a quel NEVE?

L.C.: Non ci sono grandi cose da raccontare, probabilmente è  un percorso fatto di tanta tenacia, tanta abnegazione, tanto amore per questo lavoro.  Fondamentalmente ho cominciato da ragazzino, proprio all’epoca delle superiori, con il desiderio di fare questo lavoro e poter arrivare a lavorare, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista tecnico, a un certo livello che si è concretizzato facendo questo corso della Comunità Europea, finanziato dalla Comunità Europea, se non ricordo male negli anni ’88-’89, per poi trovarmi in questo studio, a Milano, che si chiama ancora adesso Mectropolis, anche se ha cambiato locazione.

Mi sono trovato direttamente immerso nel meccanismo PFM, Fabrizio De André e tutto il circuito che orbitava attorno a questa situazione, con il supporto delle persone che lì stavano operando e avevano in gestione la struttura, che vuol dire: Lucio Fabbri, Fabio Premoli, lo stesso Fabrizio De André e Mauro Pagani, che hanno creduto in me, e Maurizio Camagni, assolutamente, che era responsabile tecnico dello studio e che è stato il mio apripista, il mio maestro..

F.N.: Il tuo mentore, insomma.

L.C.: Da lì in poi si è aperto un canale e ho cominciato, in un’epoca dove si usava avere il tecnico residente nello studio, a girare gli studi di Milano, Bologna, Firenze e Roma e in un tempo abbastanza breve fare questo lavoro in maniera professionale, tanto che che mi ha portato anche a lavorare all’estero, in Inghilterra, in Spagna, in Sud America e in America.
E’ stata una serie di caselle che si sono messe in fila e, con tanta fortuna, ripeto, perché a volte quell’elemento è il cardine che in determinate situazioni mi ha portato ad essere ancora qui, dopo quasi 25 anni, a fare questo lavoro con lo stesso desiderio dell’inizio.

Ecco, credo che la bellezza di questo lavoro sia questo: devi avere tanta passione, devi avere tanto amore per questo lavoro. Anche perché è un mestiere complicato, che ha talmente tanti aspetti inclusi in sé e che pochissimi altri lavori conglobano in una stessa attività operativa, se ci pensate. Bisogna sapere della tecnologia e quindi di tutta la parte tecnica e elettronica, ma bisogna sapere della musica, della fisica acustica. Bisogna sapere anche dell’aspetto umano, psicologico, della gestione dei rapporti e dell’aspetto manageriale perché, molto spesso e a differenza di tanti altri Paesi all’estero, noi non siamo in grado di strutturarci, da questo punto di vista.

Cioè, se ti presenti con il manager dici: “Ma chi è questo?”, cosa che invece all’estero è abbastanza di uso comune. Per cui bisogna anche imparare anche a gestire, nella semplicità e anche nell’allegria i rapporti umani diretti e l’aspetto manageriale. Tante volte si creano situazioni che, in altri frangenti, sono facilmente superabili mentre qui, invece, a volte ti ritrovi a dover discutere, magari con la stessa persona che farà il lavoro con te, dell’aspetto economico, dell’aspetto gestionale, dell’aspetto strutturale del lavoro, cosa che invece è delegata ai manager, in altri contesti. Per cui è anche interessante, da un certo punto di vista: infatti, l’italiano, in giro per il mondo, ha sempre una marcia in più.

 

Alari Park Studio

 

F.N.: In effetti sono molti i fonici e i professionisti che, girando per il mondo, si sono accorti di questa cosa: quando usciamo dall’Italia siamo visti bene, perché siamo preparatissimi, a livello..

L.C.: Sì, e non solo, secondo me abbiamo l’atteggiamento umano vincente. Non bisogna dimenticarsi che è proprio un fatto che la storia ci regala. Alla fine non è un caso che siamo i figli dei figli dei figli dei figli di quelli che han conquistato il mondo, quindi, un motivo ci sarà, per Dio.

Specialmente nelle situazioni internazionali grosse, dove ancora si verificano frangenti nei quali ci sono le multi-strutture, cioè lo studio con sette studi e a fianco hai quello che lavora a  Bruce Springsteen, dall’altra parte c’è Beyoncé e poi ci sei tu che fai la tua produzione.. Finisce sempre che l’italiano invita tutti a pranzo, prepara la pastasciutta e tutti vengono a mangiare: c’è quel frangente aggregativo che raramente trovi nelle altre persone, e non solo.

Comunque, alla fine, anche se tu giri per esempio l’altro continente, che vuol dire tutte le Americhe, ti accorgi come per loro il concetto di sdoganare la loro carriera sia venire in Europa. Alla fine l’europeo è sempre visto come uno che ha una marcia in più, specialmente culturalmente. Bisogna pensare che noi abbiamo secoli di storia; tu giri gli Stati Uniti, non quelli che vedi nei film e le grandi città ma l’entroterra, e ti accorgi che ci sono paesi fondati negli anni Sessanta. Per cui è chiaro che abbiamo attaccata una coda di storia, di cultura, di radici che ci mettono in una condizione umana e culturale diversa da tantissimi altri popoli.

Questa cosa ha grande vantaggio, per noi ha una marcia diversa. Differente è il discorso sull’abilità di lavorare in team. Ecco, questo è un po’ il nostro limite: l’italiano è quello che fa tutto lui, che è capace di fare tutto e quindi si arrangia.

F.N.: Perché siamo abituati così, nel senso che dobbiamo arrangiarci, quindi..

L.C.: Eh, poi trovi magari il primario degli istituti, anche medici e di ricerca, e dici: “Cacchio, ma è italiano anche questo qua!” Però, alla fine, ti accorgi di come la vera difficoltà sia quella di lavorare in team. Ricordo che una volta un grossissimo regista, irlandese ma stabilito in Canada, mi portò a lavorare con lui, perché venne a fare un lavoro e con un’orchestra di 80 elementi ero solo, senza assistente, e facevo tutto. Sincronizzavo il film, facevo il microfonista, stavo dietro agli orchestrali e in più registravo e facevo tutto il resto. E questo ha detto: “Ma scusa, come fai da solo, che noi ci mettiamo sei persone? Vieni un attimo..”
Mi portò in Canada e lavorammo per non so quanto tempo. È chiaro che quella figura spesso la vedi fare all’italiano.

Poi, quando vieni messo nella condizione di essere più specializzato e fare un’unica cosa, l’italiano va un po’ fuori giri perché perde la passione immediatamente; l’italiano ha il desiderio di fare tante cose, di imparare tante cose diverse. Ovviamente è un fatto di carattere, c’è chi lo è e chi non lo è, però se l’atteggiamento è quello propositivo alla fine l’italiano cerca la novità, cerca sempre di migliorarsi ed è un aspetto molto apprezzato all’estero.

Per chi è più super-specializzato a fare solo alcune cose diventa difficile relazionarsi, perché diventi un elemento scomodo, ovviamente diventi la scheggia impazzita in un meccanismo con gli ingranaggi, ognuno al suo posto, ben oliati.
Quindi o c’è una grande benevolenza nei tuoi confronti, o altrimenti è difficile entrare in sintonia. Poi, però, ripeto, l’italiano la supera con l’amicizia, con la capacità di dare dei tempi di lavoro e di vita anche, a volte, più umani. Io mi sono accorto che negli Stati Uniti una delle robe più apprezzate era che tu imponevi la pausa del pranzo, la pausa della cena: tutti fuori a mangiare, tutti così, tutti cosà e alla fine diventi amico con tutti. E’ un aspetto che loro non valorizzano, però poi lo apprezzano, perché è un fatto proprio della vita.

F.N.: Devo farti una domanda, il tuo ragionamento verte molto sui contenuti, quindi su che musica viene fatta. Il problema della vendita dei supporti, che è drasticamente diminuita, come lo inquadriamo? Nel senso: “Ok, possiamo produrre della musica attuale, ma dopo, come la facciamo girare, come si vende questa musica?”

L.C.: Allora, anche qui la visione è un po’ diversa da tutte le cose che senti dire da altri, però è molto semplice: in questo momento a me dicono sempre che faccio fanta-politica, che guardo le cose da un punto di vista troppo macroscopico e poco immediato. Però..

F.N.: Beh, ma ci vuole.

L.C.: Però c’è una verità in tutto questo. A me piace molto andare, leggere: fondamentalmente mi piace molto cercare di capire, come chi fa analisi precisa su questo tipo di argomentazioni e propone soprattutto da culture diverse, quindi da mondi diversi dal nostro, da noi che viviamo nel nostro piccolo, che ha un Paese piccolo con poca gente, con una lingua che non è compatibile con il resto del mondo: cioè che ha tutta una serie di problemi collaterali più complicati di altri e che, quindi, ci rende un pianeta tra virgolette di serie B rispetto ai grandi mercati mondiali.

Nonostante questo le cose che produciamo hanno un rispetto, come si diceva prima, enorme, nei confronti del resto del mondo. Io non ti nascondo che credo di aver girato mezzo mondo, negli studi di registrazione, e di aver sempre trovato dischi di italiani. Questa cosa mi fa e mi ha sempre fatto orgoglioso, così come mi ha sempre fatto pensare. Ecco, la mia visione è questa: io credo che, in questo momento..

 

AlariParkStudio

 

F.N.: Cioè hai trovato cd di italiani, in queste situazioni? Cosa che venivano ascoltate oppure delle produzioni?

L.C.: Assolutamente, sempre, sempre, ma anche da parte di quelle figure enormi che tu hai sempre mitizzato, sia dal punto di vista musicale come artisti, sia dal punto di vista della produzione: una benevolenza, nei confronti di quello che noi facciamo, molto più grande di quella che avevo come aspettativa, e questa cosa mi ha sempre fatto pensare.

Quando ci sono figure di valore, ci sono grandi musicisti, grandi produttori che riescono a conglobare in una stessa figura così tante capacità, alla fine hanno sempre rispetto di tutti. Ho visto tantissima gente fare grandi successi e poi sparire nell’arco di dieci anni e con un’analisi un pochino accurata, alla distanza, ti accorgevi che non avevano tutte le caratteristiche necessarie per affrontare determinate situazioni. Magari si creavano circostanze favorevoli perché certe robe funzionassero ma poi, alla lunga, è sulla distanza che si vede la verità.

F.N.: Certo. Tu usi spesso la parola fortuna. Ma secondo te, la fortuna esiste? Esiste davvero?

L.C.: Eh, mi vien da dire di sì. Forse ne faccio un parallelo con la parola destino. Esiste sicuramente qualcosa che non riusciamo a mettere nella cornice, che va al di là di noi stessi e che, qualche volta, ci trascina in posti dove neanche penseremmo, e alla fine aveva ragione lei. Magari sono un po’ fatalista, però ci credo, credo al destino delle cose. Forse perché, nella vita..

F.N.: Tu sei stata una persona esclusivamente fortunata o ci hai messo anche del tuo?

L.C.: Posso dirti che, per quello che riguarda me, posso parlare di abnegazione, della mia volontà sistematica, da quando ero un ragazzino di dieci anni che imparava a suonare la chitarra e diceva: “Un giorno ce la farò a fare i dischi con Claudio Baglioni.” e i miei amici ridevano tutti. Alla fine sono riuscito. Quello che posso dirti è che ci ho lavorato con tutta la fatica e tutto il sacrificio che avevo. Poi credo fortemente al fatto che il destino ha guidato le scelte che ho fatto, io ce l’ho messa tutta: ho avuto fortuna o il destino ha voluto così, mettila un po’ come vuoi.

Ti faccio un esempio: ci fu un anno nel quale, a un certo punto, ero già operativo ma non avevo la patente quando ho iniziato a lavorare, quindi figurati, tipo Cenerentola e a mezzanotte dovevo rientrare per prendere l’ultimo metrò.
Era l’anno del militare, che per scelta mia personale – all’epoca era obbligatorio – non ho voluto fare e ho fatto un anno e mezzo di servizio civile. Ricordo che andavo in questo posto, alle cinque del mattino, finivo alle tre del pomeriggio, andavo in studio e stavo in studio fino alle due del mattino. Ho fatto questa cosa per un anno e mezzo.

Ci ho messo tutta la forza che avevo. Ogni tanto avevo per una settimana la febbre a 40 perché non sapevo più neanche come mi chiamavo. Però ce l’ho messa tutta per stare lì, mi sono aggrappato coi denti, con le unghie, e devo ringraziare le persone che in quel momento hanno avuto fiducia in me. Capito? Non smetterò mai di ringraziarle e loro lo sanno. Mi hanno dato l’opportunità di non perdere quello che negli anni precedenti avevo costruito e si era costruito intorno a me, mettiamola così. Quindi, è ovvio che tu ci metti del tuo, ci metti tutta la tua volontà, e lo vedi nelle piccole cose: non esiste mai il grande progetto, il piccolo progetto, per me esiste un modo e basta.

Non fa nessuna differenza se devo fare un lavoro che venderà mille copie o un lavoro che ne venderà 500.000. E’ un modo, quello di approcciare questo lavoro, è la volontà di mettere tutto te stesso a disposizione dell’artista, della produzione, del lavoro e basta: non c’è nessuna differenza. Questo è un modo che sviluppi col tempo. Credo che sia una questione di atteggiamento generale, fondamentalmente.

F.N.: Io sono della scuola aiutati che il ciel t’aiuta, cioè, vedo che non a caso tutte le persone che stanno facendo per esempio il tuo lavoro, e lo fanno con grossa soddisfazione personale, non gli è caduto il pero in bocca come si usa dire dalle mie parti. Si sono dati molto da fare e poi la vita, in qualche modo, li ha aiutati. È bello anche questo, no?

L.C.: Sicuramente. Sicuramente l’occasione va provocata e soprattutto la cosa importante è che bisogna avere, secondo me, l’umiltà e la volontà di essere pronti nel momento nel quale l’occasione si verificherà. Bisogna lavorare perché l’occasione possa accadere. E, soprattutto, bisogna lavorare perché quando questa accade uno sia in grado di coglierla. Se si ammala il fonico responsabile e tu hai vent’anni, o diciotto, e ti dicono se vuoi provare tu, e tu dici proviamo, devi essere pronto. Questa è la cosa importante, perché quel treno non sempre ripassa.

E’ così in tutti i campi, nello sport e in mille altre.. Mi vengono in mente mille episodi di amici che fanno cose diverse, ai quali è capitata l’occasione e devi essere in grado di poterla gestire. Poi, è chiaro che ognuno di noi sbaglia, ognuno di noi cresce. È il modo nel quale viene fatta questa cosa che è importante, secondo me, e avere sempre l’umiltà di riconoscere che tanto, nella vita, qualcuno più bravo di te, qualcuno meno bravo di te lo troverai sempre. Non è una gara, è un percorso. È la strada che fa la differenza, non è il punto di arrivo. È sulla strada che uno migliora, cresce, impara, acquisisce elementi nuovi, la vita è questo.

F.N.: Che importanza hanno gli errori, nella carriera di una..

L.C.: Intanto, uno ha la certezza che li farà.

F.N.: È già una bella certezza.

L.C.: Sì, assolutamente. Sapere che tanto sbaglierai è una bella certezza, è un assioma. Secondo me, gli errori servono per migliorare quel percorso del quale parlavamo prima. E’ inutile pretendere che tutte le cose che fai siano perfette, perché tanto non sarà così. Soprattutto perché, nella posizione di questi mestieri tu ti metti al servizio di altre realtà, che sono gli artisti, che sono lo staff di produzione, che sono tutto quello che vuoi tu, no? Quindi, sai già che il doverla condividere con terzi presupporrà l’avere una visione diversa. Allora, se la discussione che si creerà, che comunque si creerà, è costruttiva, a questo punto i risultati che si porteranno, col rischio di sbagliare, perché tutti sbagliamo, saranno utili a tutti.

 

Scuolasuono.it Lorenzo Cazzaniga

 

La prima cosa che devi capire è l’atteggiamento, mettere le tue idee a disposizione degli altri, sapendo che magari qualcuno se ne approprierà. Ma non ha nessuna importanza, l’importante è l’idea in sé. È un po’ difficile da dire. A me è capitato mille volte di avere delle intuizioni e qualcun altro si è appropriato di queste intenzioni. Ma secondo me è giusto così, fai una scelta di secondo piano. Altrimenti scegli di fare l’artista tu e metterti in fronte alle persone. Scegli di metterti in una posizione di forza.

Se scegli di stare dietro le quinte e di fare un’operazione di lavoro oscuro, creativo, di valorizzazione del materiale umano e artistico che c’è, allora la tua posizione è diversa, la tua è una posizione di servizio, ma lo fai per scelta. A volte resto stupito da come chi fa questo genere di scelte, poi, è personalmente colpito dal tritacarne che si crea in determinate situazioni. Perché è una scelta di base, quella che fai. Quindi, qual è il problema? L’importante è il risultato. Che non è vendere i dischi ma è proporre cose diverse.

F.N.: Wow, abbiamo fatto una bellissima chiacchierata. Salutiamo chi rimane all’esterno di Recording Turbo System. Per tutti gli altri continuiamo con la nostra intervista e se non sei ancora iscritto a Recording Turbo System iscriviti in questo momento, potrai accedere a tutte le altre interviste e a tutti i nostri materiali didattici. Ciao da Francesco Nano!

L.C.: A presto!

 

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