Alessandro Scala: recording e produzione, il futuro dipende da noi

Quello che segue è un estratto dell’intervista realizzata con Sandro Scala. Ci tengo a precisare, in questa brevissima introduzione, che Sandro Scala è stato ed è tuttora il mio mentore, non solo colui che mi ha dato le basi e i rudimenti per muovere i primi passi all’interno dell’audio, non solo il docente che cito spesso all’interno delle lezioni della nostra scuola per sound engineer professionista, che si svolge online – Recording Turbo System – ma è anche la persona che mi ha ispirato.
Stare ad ascoltarlo per me ha sempre significato ascoltare una persona che ha molta esperienza, non solo tecnica, ma anche da un punto di vista filosofico e umano.

In realtà è l’aspetto migliore che mi porto dietro, al di là della sua docenza senz’altro di qualità: l’aspetto umano e l’aspetto psicologico di quello che dice mi hanno sempre guidato, anche nel mettere in piedi questa scuola, nel prendere certe scelte e prendere la vita per le corna.
Per cui per me è un momento speciale poter farvi conoscere questa persona straordinaria che, tra l’altro, attualmente sta ancora insegnando, quindi chiunque volesse può iniziare gli studi con lui e proseguire gli studi, continuare.

Vi lascio ad Alessandro Scala, questo meraviglioso docente, questa meravigliosa persona. Il video che segue è un estratto, l’intervista completa si trova a disposizione degli allievi di Recording Turbo System.
Se non sei ancora iscritto al nostro Corso iscriviti in questo momento e potrai accedere alla sua intervista completa e a tutte le altre interviste, oltre a un botto di materiale introduttivo sul mondo del recording, che viene sempre utile, già dal primo mese. Quindi, buon ascolto, buona intervista e buona conoscenza con Sandro Scala.

Ciao a tutti da Francesco Nano

 

 

Francesco Nano: Buongiorno a tutti, benvenuti a Scuolasuono.it, benvenuti a Scuolasuono Productive. Oggi abbiamo in linea con noi un ospite che volevo intervistare da anni, aspettavo il momento adatto e Scuolasuono Productive è il momento adatto. E’ con grandissimo onore e piacere che vi presento colui che è stato il mio ispiratore, il mio insegnante, colui che mi ha trasmesso la passione, il fuoco sacro per l’audio, per la musica – per la musica forse ce l’avevo già – ma insomma, per l’audio e per la realizzazione di dischi. Ecco a voi Sandro Scala. Ciao Sandro.

Sandro Scala:  Ciao a tutti, buongiorno, sì sono io l’artefice del danno!

F.N.: Praticamente è colpa tua se centinaia di nostri allievi, adesso, vanno a fare in giro danni a loro volta.

S.S.: No, diciamo che va bene così, ok? Se facessero più danni, in questo Paese, sarebbe bene.

F.N.: Non sarebbe male, no? Bisognerebbe impostare una rivoluzione, musicale e non solo.

S.S.: Tutte le rivoluzioni sono partite anche da lì, hanno avuto la loro colonna sonora.

F.N.: Quindi, possiamo partire dalla colonna sonora e poi fare la rivoluzione oppure facciamo la rivoluzione e poi la colonna sonora.

S.S.: Siccome siamo indietro coi tempi, sarà meglio farle tutte e due insieme..

F.N.: Insieme, ecco, multitasking, benissimo.

S.S.: Esatto.

F.N.: Allora, i tempi sono un po’ tiranni, quindi dobbiamo entrare subito nel vivo. La prima domanda che faccio di consueto è: raccontaci un po’ di te, della tua esperienza. Tu hai un’esperienza decisamente galattica.. Raccontaci un pochino di te, per chi non ti conosce. Da dove nasci e dove vai.

 

Scuolasuono.it: Sandro Scala

 

S.S.: Va bene, parliamo professionalmente. Erano altri tempi anche se non si vede, grazie, porto la mia età e il mezzo secolo l’abbiamo superato da pochi anni. Come nasco? Nasco ovviamente dalla musica, per prima cosa. La passione per la musica che, tra l’altro, non nasce neanche in età troppo giovane: intorno ai 14 anni ho avuto la folgorazione e da lì il calcio è stato abbandonato e rimpiazzato con delle magnifiche bacchette della batteria, con improperi vari di tutti i vicini, come sempre accade. Ho trascorso un periodo di studio, di gruppi, di musica, di voglia di stare insieme, quindi un’altra filosofia rispetto a oggi.

Ho cominciato l’attività professionale di musicista ed è arrivata a un certo punto la passione per l’audio, per il suono, e ha prevalso rispetto alla carriera strumentale, musicale. Ho avuto la fortuna, devo essere sincero: anch’io ho un mentore, come tutti, no? E quindi anch’io ho avuto la fortuna di conoscere un tecnico del suono, il tecnico del suono degli Area, Capelli, si chiamava. Il quale fece un piccolo corso finanziato dal Comune di Bologna, stiamo parlando del 1982.

F.N.: Quando nascevo io, praticamente.

S.S.: Tu pensa. Tu nascevi e il Comune di Bologna in via sperimentale fece questo corso per tirar via gente dalla strada; come al solito queste iniziative nascono da lì, più che da altre cose. Mi iscrissi ed è stata tutta un’altra cosa, un corso molto base, ma che però, gestito, ripeto, da questa persona che mi ha lasciato tanto e mi ha portato, poi, piano piano, a fare questo lavoro. Ho suonato i campanelli, come tutti, di tutti gli studi che c’erano allora, e allora ce n’erano un bel po’ più di adesso – immagino che parleremo anche del futuro, no? – e per uno di questi campanelli, la Fono Print di Bologna, suonai con vanissime speranze..

Invece, non so per quale grazia di Dio, mi fecero entrare nello staff e cominciai a lavorare in questo settore in maniera professionale, sempre più professionale. Iniziando, come al solito, dal cambiare l’acqua al pesce rosso dello studio e da lì, piano piano, diventai assistente, assistente alla regia, recordist e via dicendo: insomma, anni e anni e ore: le ore, Francesco, le ore! Ore, ore e ore in studio a praticare. E poi gli studi di medicina, un po’ di crediti messi insieme. Nasce tutto da lì. Dove morirà non lo so ma nasce tutto da lì.

F.N.: Attualmente tu sei un produttore artistico barra esecutivo per gli affari tuoi, insomma, ti fai le cose tue.

S.S.: Sai, mixi tanto tempo, registri per tanto tempo le cose degli altri e impari, ovviamente, le tecniche di produzione, perché questo è il mestiere del produttore in studio, quello di guidare una troupe di sciamannati a raggiungere un obiettivo ben preciso, che è quello di pubblicare un disco. Pubblicare un disco ha tutte le sue cose che devono essere a posto, non solo il materiale artistico e musicale, ma anche la visione del mercato, capire cosa si può far e se si può cambiare il mercato.

Il discorso del produttore è molto complesso e può avvenire, secondo me, solo dopo anni e anni di esperienza. E quindi, sì, ultimamente più che lavorare per gli altri preferisco cercare di lavorare per me e tirare su giovani band. Perché questo Paese, se non ci pensa nessuno a far crescere qualcosa.. Tutto muore.

F.N.: E’ in mano nostra, dai.

S.S.: È una grande fatica, ci vogliono dei pazzi. Diciamo che da una parte li guadagno, dall’altra li spendo, quindi è un dare e avere. Però offrire opportunità, mettere insieme il talento che continua a esserci nei giovani e l’esperienza delle persone che sanno fare questo mestiere secondo me può portare a dei risultati validi e internazionali, soprattutto. Perché abbiamo bisogno di uscire dalla nostra provincialità.

 

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F.N.: Siamo un po’ provincialotti, ancora, da questo punto di vista.. Prima di darti qualche assist, ormai ti conosco bene e so esattamente quali sono i tasti che ti fanno scattare, ti chiedo ancora qualche ragguaglio sulla tua attività di docente, perché sei diventato mentore di tante persone. Lavori in un’accademia del cinema, l’Accademia del Cinema di Bologna. Raccontaci di questa scuola e del fatto che le persone possono venire in contatto con te, a studiare con te.

S.S.: Certo, certo, infatti da una parte li guadagno e dall’altra li spendo, mi riferivo prevalentemente a questo tipo di situazione. Devo dire che l’insegnamento, al quale anche tu hai potuto attingere, è veramente una grande risorsa energetica, mi ha dato veramente una grandissima forza perché stare a contatto tutto il giorno coi giovani ti rende giovane. Mi son spiegato? Quindi vedo questa cosa molto dal profilo dello scambio.

Io offro quelle che sono le mie peculiarità, quello che so e lo do incondizionatamente e, dall’altra parte, ricevo questa grande energia da parte dei ragazzi che mi fa ancora sperare e pensare che in questo Paese si possono fare veramente delle grandi cose. Basta solo volerlo, e quindi mi do da fare tanto in questo senso, e mi appaga veramente tantissimo, non solo economicamente ma anche culturalmente ed energeticamente. Per questo motivo mi circondo di giovani. Sono in mezzo ai giovani dalla mattina alla sera, facendo anche la figura del papà, alle volte.

F.N.: O del nonno, tra un po’.

S.S.: Grazie. Si, insegno all’Accademia Nazionale delle Arti Cinematografiche. Portiamo molto spesso i ragazzi all’estero, siamo riusciti ad avere un gemellaggio molto importante con l’UCLA di Los Angeles e quindi portiamo i nostri ragazzi a fare dei workshop a Los Angeles. Sono appena tornato, ed è un’esperienza bellissima, perché..

F.N.: Aspetta, che cos’è l’UCLA, che mi sfugge in questo momento?

S.S.: L’UCLA è l’Università della California. È una delle Università più rinomate d’America. A differenza dell’Italia, ovviamente, la materia tecnica dell’aspetto cinematografico e televisivo del suono in America è una disciplina, c’è proprio la facoltà universitaria che rilascia lauree in questo campo. Vedo il tuo sguardo estremamente sbalordito e sbigottito, hai capito?

F.N.: No, ne ero al corrente, ed è bello sapere che esistono queste realtà.

S.S.: E’ una professione riconosciuta, si studia per questo e si approfondisce la materia tecnica. Noi portiamo i ragazzi, i volenterosi, quelli che desiderano fare questa esperienza a Los Angeles e stiamo quindici giorni insieme agli americani, ad approfondire le conoscenze. Anche l’inglese, ovviamente. Devo dire che, nonostante possa sembrare che siamo un Paese arretrato, quando andiamo là i nostri ragazzi si confrontano con i docenti americani e rimangono tutti estremamente colpiti dalla sete che abbiamo di cose e dalla voglia di imparare.

Soprattutto, devo dire che anche il livello qualitativo del mio insegnamento, che nel caso dell’audio viene riconosciuto come una cosa molto, molto, molto avanti. E’ veramente gratificante. E poi vedi un altro mondo. Esiste, non solo nei nostri sogni: quel mondo esiste. Dobbiamo solo fare sì che possa, anche qui, esserci. E quindi darsi da fare. È una missione. Speriamo..

F.N.: Come si fa a partire, secondo te? Nel senso, io mi sono scontrato con questa realtà, con il fatto che ci sono meno studi: quando venivo a lezione da te tu dicevi: “Suonate i campanelli!” ma ora i campanelli non ce ne sono tanti da suonare. Come si fa a diventare professionista? Come si fa a fare quel percorso?

S.S.: Le opportunità sono veramente, veramente pochissime. Lo so, ragazzi, ed è una delle grandi tragedie che mi attanaglia, perché io preparo persone che hanno una gran voglia di fare, poi escono fuori ed è finito tutto. Allora, ragazzi, è brutto, non mi piace dirlo, ma esiste anche l’estero. Si prende un aereo, a 25 anni lo si può fare, a 50 no. Si prende un aereo e ci si toglie dalle balle.

Non si vuole prendere un aereo perché non si può? Non tutti hanno questa possibilità, ci sono anche persone che sono legate da problemi familiari, da situazioni che non consentono l’abbandono della nave, allora, se si rimane, si rimane con il concetto di fare le cose.. Quindi, non ci sono gli studi? Bisogna farli. Questo non significa mettere in piedi un sacco di capanne con dei rottami dentro e della gente che non è capace di lavorare. Lo studio di registrazione, più che dalle macchine, è fatto dalle persone. E quindi, se si ha voglia, se si hanno i.. Si possono dire le parolacce?

F.N.: Certo.

S.S.: I coglioni, hai capito? Ci si organizza, possibilmente in gruppo. Quello che non si può fare da soli lo si può fare con altri: aprirsi anche un po’ al concetto del confronto con gli altri. Tu porti una cassa, io ne porto un’altra, ascoltiamo in stereo. Hai capito cosa voglio dire? Non si può continuare ad ascoltare in mono perché non vuoi mettere in comunione quello che hai con quello di un altro. Si sbaglierà, a volte si scelgono le persone sbagliate, questo capita. Ma anche questo fa parte dei percorsi di vita, sono esperienze che devi fare. Imparare a riconoscere le persone sane dalle persone malate. Mi son spiegato?

Abbiamo messo in piedi un mondo dove si ha paura di vivere. Certo, sì, siamo in un Paese dove fare un errore, purtroppo, a volte diventa preclusivo, perché è un Paese che non ti dà tante possibilità e quindi bruciarsene una..
Ti faccio l’esempio: riesci a strappare al nonno i 10 mila euro agognati per mettere in piedi la struttura, poi ti metti insieme a un altro e quest’altro è un debosciato, perdi i tuoi 10 mila euro. Probabilmente sono gli ultimi. Mi sono spiegato? Questo è il grande problema, questo è un paese che non offre alle persone la possibilità di sbagliare. Un errore diventa catastrofico. Però bisogna avere il coraggio di farle, queste cose, perché altrimenti è finita. Quindi, come si comincia? Con santa pazienza, mettendosi insieme ad altri, creando dei team di lavoro.

Oggi, a differenza di allora, ci sono tante possibilità che devono essere, secondo me, usate in maniera un pochino più intelligente. Una delle cose che ho imparato in America è proprio questa. Devi imparare a usare le nuove tecnologie in maniera molto più proficua: You Tube, aprire canali su YouTube, avere il coraggio di produrre, mi son spiegato? Produrre materiale, cose. Se hai qualcosa in mano sei qualcuno. Ecco qua. Secondo me la cosa importante è dotarsi delle competenze, di piccoli capitali di partenza, senza fare sciocchezze.

Oggi, veramente ragazzi, con un computer, con un Pro Tools sopra e due casse decenti si fanno cose che una volta erano impensabili. Inimmaginabili, e quindi dare sfogo alla propria creatività, con il concetto di produrre cose. Possibilmente internazionali. Basta con questo provincialismo, con questo finto nazionalismo che abbiamo addosso. La musica è nel mondo. E poi andare..

F.N.: Quindi intendevi dire la sala, il noleggio dello studio, qualche centinaio di euro.

S.S.: Non nascondiamoci dietro un dito. Le cose difficili da registrare, in una produzione discografica, musicale di quelle normali, di quelle che mi possono venire in mente in questo momento sono poche. La batteria è una di questi. Non puoi registrare una batteria in cantina, con i microfoni della Comet, mi sono spiegato? Non si può. È inutile che ti inventi, o che mi invento io tips, untricks per risolvere questo problema. Ce n’è uno solo. Prendi fuori 200 euro dal tuo portafoglio e porti quello straccio di batterista in uno studio che ha senso. Ti registri la batteria e te ne torni a casa.

D’altronde, rinunciare a 200 euro di Sky per guardare il calcio, o.. Metti via un telefonino cellulare. Non ci raccontiamo delle storie, ragazzi. Spendiamo decine di euro in cazzate. Quindi si risparmia, si fa quello che si deve fare facendolo bene. Questo si può fare.

F.N.: Chiaro. Secondo te, che possibilità ci sono, una volta che uno ha una produzione in mano, una produzione bella, che suona: che cosa ci facciamo? È ancora vendibile?

S.S.: Prendi l’aereo e vai di là dalle Alpi.

F.N.: Voglio dire, hai un cd in mano, ci devi fare qualcosa insomma, no?

S.S.: Certo. Hai un master in mano. Devi avere un master in mano. Lo sappiamo già tutti. Oggi, le case discografiche non sono più talent scout. Oggi le case discografiche, in tutto il mondo, sono distributori. Un distributore distribuisce un pacchetto già confezionato. Quindi devi avere la capacità e la forza di confezionare il tuo pacchetto, in tutti gli aspetti. Prendi il tuo pacchettino, vai fuori da qua e ti posso garantire che c’è gente che ascolta ancora. Mi son spiegato? C’è gente che è lì che aspetta.

 

Aula Sound Engineer

 

F.N.: Ok, ti faccio un’ultima domanda prima di chiudere questa prima parte, anche perché i tempi iniziano a stringere. Ho intervistato poco tempo fa un ragazzo, 30 anni, si chiama Stefano Olla, che ha trovato lavoro come mixing engineer a Los Angeles. Dal suo punto di vista c’è una ripresa, negli Stati Uniti riprendono a investire e ad aprire studi? Tu che esperienza hai di questo?

S.S.: Io torno da Los Angeles, in America sono già cinque anni che ci vado. E quindi, ripeto, cinque anni in America, ma a contatto con i professionisti, a contatto con le strutture. Allora, in America non hanno mai smesso di investire. C’è una ripresa, hanno trovato la via, hanno trovato la strada per continuare a fare fluire nel business del suono, in generale, perché mi piace di più parlare del suono in generale e la musica è uno degli aspetti, ma..

Ci sono tantissimi altri aspetti, il mondo cinematografico ne è chiaramente un esempio: quindi foley, tutto ciò che riguarda la post-produzione cinematografica. C’è la capacità, da parte loro, di capire che se tu togli risorse economiche a un settore, questo muore per forza. E, quindi, c’è il rispetto della regola. Uso qualcosa, mi fa comodo che questo qualcosa continui a esserci, perché così io lo posso ancora usare, e quindi costa. Capito?

Mentre qui il classico imprenditore, perché il produttore non è altro che un imprenditore, pensa solo a cercare di creare il proprio prodotto spendendo il meno possibile, anche a discapito degli altri, mi sono spiegato? Lì non c’è questo, c’è il rispetto del fatto che se tu stai usando una struttura e la stai pagando – anche poco – quel poco serve a quella struttura per poter andare avanti. E tu domani, quando ne avrai bisogno di nuovo, la troverai.

Se io ti tiro il collo sui budget di studio, è ovvio che tu non comprerai più microfoni, non comprerai più pre-amplificatori. Quando si romperà quel Neumann che hai non avrai i soldi per comprarne un altro, e io che sono un produttore e vengo a lavorare nel tuo studio non avrò più la possibilità di usare quel magnifico Neumann, perché non ho avuto la capacità di finanziarti dieci euro.

Capisci cosa voglio dire? C’è una classe imprenditoriale fortemente diversa. Una classe imprenditoriale che sa che produrre è un costo. E lo mette a budget, il costo. Non è mai una sorpresa, mi son spiegato? Qui in Italia viene la gente a lavorare negli studi, poi quando tu gli presenti il conto ti guarda e dice: “Ma ti devo pagare anche?”.  Sembra quasi che tu, nel chiedere il budget giornaliero di uno studio, abbia delle pretese: “Ma come, si paga? Non è gratis? “.

F.N.: Quindi siamo degli evangelizzatori, in teoria. Siamo noi stessi che dobbiamo insegnare, re-insegnare alle persone ad apprezzare la musica.

S.S.: Guarda lo stato clamorosamente di merda che abbiamo in Italia per quanto riguarda la musica.. Attribuisco questo stato di cose più alle persone che la fanno, la musica, che non alle persone che la musica non sanno neanche dove sta di casa. Mi son spiegato? È colpa nostra. Abbiamo sbagliato noi, non gli altri.

La gente prende quello che c’è, per come gli viene dato. Noi abbiamo sbagliato a immaginarci di poter dare la musica gratis. La gente si è abituata e, adesso, fa fatica a pagarla. E noi non possiamo campare d’aria. Quindi, o cambiamo buccia, o tra dieci anni in Italia sarà impossibile fare un disco. Impossibile.

F.N.: Intanto grazie a Sandro Scala. Grazie mille per essere stato con noi. È stato veramente un piacere risentirti, e rimaniamo in contatto!

S.S.: Ciao !

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